Where are we going?

1193636560_e4bcfe9cc4Il modo in cui il bambino viene concepito/pensato nella mente dei genitori e di tutto il contesto di crescita ha una rilevanza sociale e varia a seconda dell’epoca storica in cui ci troviamo. Ad esempio, la famiglia tradizionale si caratterizzava per una marcata suddivisione ruolo materno e paterno, il bambino era visto come una tabula rasa, un soggetto istintivo e selvaggio da plasmare, che doveva obbedire per lo più attraverso la paura e “per il suo bene”. Grande rilevanza veniva data all’aspetto relazionale, soprattutto di tipo intergenerazionale, che era la principale modalità di trasmissione dei valori.

Oggi la situazione è notevolmente cambiata: la famiglia è sempre più un nucleo sociale isolato, i confini tra i ruoli genitoriali non sono più così netti e marcati (i papà hanno assunto un atteggiamento sempre più attivo e partecipato e le mamme hanno in parte perso la funzione di cura/accudimento a causa del loro maggior impegno fuori dalla famiglia). Il bambino è ora considerato un soggetto originale, con una sua espressione, che viene incentivato a manifestare. Questo almeno fino all’adolescenza, infatti, crescendo, al “non più bambino” viene chiesto di negoziare questo suo talento spontaneo, questa imprescindibile espressione del sé e a volte rinunciarci per rientrare nei canoni della normalità, dei “bravi ragazzi”.

Cosa significa questo in termini educativi? e come la tecnologia entra in tutto ciò? è necessario rilevare che nella nostra società sono presenti dei paradossi educativi. Un buon esempio, in questo senso, sembra essere rappresentato dal cellulare:
- PARADOSSO N° 1: fin dall’infanzia promuoviamo una precoce spinta verso l’autonomia, verso la separazione dai genitori e poi costringiamo il bambino prima e l’adolescente poi, a mantenere una relazione familiare interna intima e costante soprattutto con la madre attraverso messaggini e squilli di controllo;
- PARADOSSO N° 2: nei primi dieci anni di vita cerchiamo di trasmettere una visione del mondo rassicurante, buono, privo di pericoli… poi mettiamo in mano ai giovani un telefonino e queste, e solo queste, istruzioni per l’uso: “da utilizzare in caso di emergenza”;
- PARADOSSO N° 3: predichiamo agli adolescenti che cellulari e smartphone siano “mezzi di comunicazione, NON giochi” eppure fino a qualche anno prima eravamo noi stessi a darglielo a scopo ludico, per farli stare buoni, calmi e soprattutto zitti.
Ci chiediamo allora: è’ possibile riequilibrare questo sistema? quali accorgimenti possiamo attuare? ne abbiamo parlato con Matteo Lancini psicologo, psicoterapeuta, docente esterno presso l‘Università degli Studi di Milano – Bicocca.

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